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I CARCIOFI DI PAESTUM
Origine, diffusione e importanza economica
Il carciofo è originario dell'area compresa tra i Paesi che si
affacciano sulla costa orientale del Mediterraneo e l'Africa
settentrionale fino all'Etiopia, Paese in cui si trovano, ancora oggi,
specie spontanee del genere Cynara. Citato da scrittori greci, latini ed
ebrei, di certo si sa che fu portato da Napoli a Firenze nel 1466 e
verso la fine del '400 è segnalato anche a Venezia, inseguito si diffuse
in Francia e in Inghilterra e, forse verso la fine deI '700, anche negli
USA.
Nel 1990 la superficie mondiale a carciofo era di 127000 ha, di cui ben
99.000 in Europa. Al di fuori del vecchio continente i maggiori
produttori sono l'Argentina, gli USA, l'Egitto, l'Algeria. Nella CEE la
coltivazione di questo ortaggio è presente nei Paesi del Mediterraneo e,
in ordine di importanza, in Italia, Spagna e Francia. L'Italia è il
maggior produttore a livello mondiale; infatti sempre nel 1990 il
carciofo era coltivato su una superficie di oltre 47.000 ha e ha fornito
una produzione di 487.000 t di capolini. In seguito questi valori sono
leggermente diminuiti, tanto che nel 1992 sono scesi rispettivamente a
45.600 ha e a 482.000 t di capolini. Le regioni in cui la coltura è
maggiormente diffusa sono la Puglia, la Sicilia e la Sardegna, mentre le
maggiori rese unitarie si ottengono nel Lazio e in Campania con oltre 16
t/ha di capolini.
Raccolta,
conservazione e utilizzazione
La raccolta del carciofo avviene manualmente facendo ricorso a
coltelli o forbici ben affilati e il capolino viene tagliato con una
porzione di peduncolo variabile in funzione della destinazione. I
carciofi destinati al mercato interno vengono raccolti con un peduncolo
lungo anche oltre 30 cm, cui vengono lasciate le foglie, quelli
destinati all'esportazione con un peduncolo lungo al mas- simo 10cm e privo di foglie, quelli destinati
all'industria senza peduncolo.
Nel prodotto destinato al mercato interno la presenza di un lungo
peduncolo provvisto di foglie viene giustificata in quanto accelererebbe
l'emissione di nuovi capolini, permetterebbe di ottenerne maggiori
dimensioni, li preserverebbe dagli urti durante il trasporto e
consentirebbe di immergere gli steli in acqua mantenendone più a lungo
la freschezza. In occasione di alcune ricerche, però, è stato dimostrato
che le maggiori produzioni si ottengono recidendo il capolino con una
porzione di stelo di 5 cm, e ciò in quanto vengono lasciate sulla pianta
le foglie più giovani, che sono le più attive dal punto di vista
fotosintetico. L'epoca di taglio del capolino influenza la durata del
periodo di raccolta; infatti, nelle cultivar a produzione autunnale il
taglio ritardato del capolino principale determina un accrescimento più
lento di quelli posti nelle ramificazioni, mentre un anticipo della
raccolta determina un aumento del numero dei capolini successivi. Anche
per questa pianta è stata tentata la meccanizzazione della raccolta, ma
vi sono degli ostacoli naturali dovuti alla scalarità di comparsa dei
capolini e alla difformità di lunghezza dei loro steli. Una carciofaia
in piena produzione può produrre da 50 a 120.000 capolini/ha, pari a
6-15 t/ha. Al fine di mantenerne la qualità, dopo la raccolta è
necessario sottoporre il prodotto alla prerefrigerazione e portarlo a
una temperatura di 3-4°C; idonei allo scopo si sono dimostrati l'idrorefrigerazione
e il vacuum cooling. L'idrorefrigerazione consiste nell'immersione del
prodotto in acqua fredda per raggiungere la temperatura desiderata in
circa 30 minuti, contro le 8-10 ore necessarie in una normale
cella frigorifera. L'eventuale acqua che rimane tra le brattee evita
l'appassimento dei capolini durante la commercializzazione, Il vacuum
cooling, cioè la refrigerazione mediante vuoto, è più efficace rispetto
alla tecnica precedente per l'elevato rapporto superficie/volume
determinato dalle bratte. Il prodotto, in seguito, può essere conservato
per 3-4 settimane a 0°C in atmosfera normale, oppure a 2-4 °C se il
periodo di conservazione è più breve; in ogni caso l'umidità relativa
deve essere superiore al 90%. Qualora si ricorra alla conservazione in
atmosfera controllata, utile per prolungare la conservazione se ci si
trova in assenza di azoto, i valori suggeriti dai diversi Autori circa
la percentuale di O2 (dall'1 al 10%) e CO2 (dal 2 al 4%) variano
notevolmente, e di conseguenza anche il loro rapporto. L'utilizzazione
del carciofo riguarda tutte le sue parti; infatti i capolini, oltre che
al mercato fresco, vengono destinati all'industria agroalimentare per la
produzione di alimenti essiccati, surgelati, liofilizzati,
deidrocongelati, al naturale, in salamoia, precotti, sott'olio o
marinati, oppure per la preparazione di minestre e giardiniere di
ortaggi e di creme (assieme a foglie e steli). Le foglie vengono
utilizzate per la preparazione di bevande, liquori, prodotti
farmaceutici e di bellezza, dolcificanti non calorici, coloranti per
tessuti e filati, farine disidratate per pulcini; i semi vengono
impiegati per la produzione di olio, le radici e i rizomi per la
preparazione di infusi e i sottoprodotti della lavorazione industriale e
della coltivazione per la produzione di fibre, alcool e mangimi per
bovini da latte e da ingrasso.
Caratteristiche qualitative
Il carciofo è un alimento molto plastico ed energetico essendo
caratterizzato da un elevato contenuto in sostanze azotate e in
carboidrati, tra i quali si ricorda l'inulina, che controlla glicemia, e
il cui contenuto aumenta quando i capolini sono sottoposti a basse
temperature. Grazie,poi, al suo elevato contenuto in fibra, costituita
per il 65% da cellulosa, il 21% da emicellulosa e il 14% da lignina, ha
un effetto antistipsi e sul metabolismo glucidico e lipidico.
Tra i componenti presenti in quantità rilevante si ricordano i composti
fenolici tra cui l'acido caffeico, il cui contenuto varia in modo anche
notevole in funzione dello stadio di sviluppo della pianta e del
capolino.
Il carciofo deve la sua importanza anche al fatto di essere considerato
una pianta medicinale grazie alla presenza di ortodifenoli, e in
particolare all'azione sinergica dell'acido clorogenico, della cinarina
e di due glucosidi della luteolina: lo scolimoside e il cinaroside.
In farmacologia esplica diverse azioni, tra cui quella
colagoga-coleretica, diuretica, epatoprotettiva, ipocolesterolemizzante,
ipoglicemizzante, lassativa, antineoplastica, antielmintica, ecc.; come
terapeutico viene consigliato nella cura dell'arteriosclerosi, dell'artritismo,
delle congestioni epatiche, degli eczemi da epatiti, della glucosuria,
dell'insufficienza epatica subacuta e cronica, dell'iperazotemia, dell'
ipercolesterolemia, dell'ittero, dell'oliguria, dell'orticaria, dei
reumatismi intramuscolari, della stitichezza, delle diarree croniche
(capolini crudi). |
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